Immersione alla
Grotta Bossi
Le grotte non sono tutte
uguali, ognuna ha la sua origine, una conformazione, delle
particolarità e persino unici colori. L’affascinante storia del
nostro pianeta si cela dietro ad ogni grotta, allagata, aerea, o
sifone che sia. Conoscerne l’’identità aiuta a capire le nostre
origini.
La strada sulla collina che
conduce alla grotta Bossi, è immersa nel verde scuro della valle
in un effetto quasi cromato. Superato il paese di Arogno sul
lato sinistro a ridosso della montagna, si trova una specie di
vasca sassosa dove, da un foro sul pavimento, fuoriesce l’acqua
della sorgente Bossi. Dalla vasca dalla metratura di tre o
quattro metri in lunghezza e poco più in larghezza, l’acqua
s’incanala lungo la scarpata formando un piccolo fiumiciattolo
che scende a valle. Protetta da un recinto metallico, l’ingresso
è nascosto agli occhi dei passanti.
Parcheggiata
l’auto e indossata la muta stagna per camminare nei pochi
centimetri d’acqua che ricoprono il piatto sassoso, ci
avviciniamo, Gianni ed io, all’imboccatura della grotta. Il foro
scuro, sommerso dall’acqua cristallina largo non più di un
metro, appare inquietante. Gianni si è già immerso in questo
luogo e notando la mia titubanza, spiega che oltrepassati i
primi diciotto metri dall’ingresso, il percorso si allarga in un
“comodo” condotto. Adagiate nell’acqua vicino al foro d’ingresso
le decompressive e le stage con la miscela di fondo, ci
dedichiamo ad un dettagliato breafing sull’immersione e alla
tipologia della grotta. L’obiettivo di oggi sarà la “freccia”,
un grosso masso a forma di triangolo rovesciato incastrato tra
le pareti del condotto verso i -56 metri. La miscela che
utilizzeremo, sono: 15/55, (15 frazione di ossigeno, 55 frazione
di elio, 30 frazione di azoto). Ora non mi resta che pensare a
come trasportare la macchina fotografica nel tratto più stretto.
Penetrerò per prima. Gianni trasporterà, oltre alle sue, anche
le mie decompressive, agevolandomi nel primo tratto dove
indosserò oltre all’obiettivo fotografico, il bibombola
Mentalmente mi preparo alla penetrazione cercando di acquisire
confidenza psicologica con quel foro scuro. Indossata
l’attrezzatura, raggiungiamo l’entrata della grotta movendoci
con attenzione nel piatto di sassi ricoperti da un muschio
scivoloso, per poi inginocchiarci nell’acqua. La tensione
pre-immersione non manca specie in questo frangente: una grotta
per me ancora sconosciuta. Il momento è avvolto nella giusta
dose di adrenalina, emozione, un sorta di leggera tensione e
perché no, un leggero stress latente rivolto all’incognita di
una penetrazione. Siamo pronti. Accese le luci sul casco,
afferro la mia macchina fotografica e scivolo adagio
nell’imboccatura scura. Il passaggio iniziale è meno
problematico del previsto, lo spazio tra i grossi sassi è di
circa un metro per un metro. Pochi istanti e la superficie è già
scomparsa. Niente più rumori o voci, solo l’acqua e l’os
curità.
Devo prestare attenzione all’obiettivo fotografico perché non
urti contro speroni rocciosi. Sul pavimento parecchi sassi di
crollo, a causa della loro instabilità, rendono la mia
progressione lenta. Verso i dodici metri il soffitto si abbassa
creando una strettoia alta circa cinquanta centimetri e larga
quasi tre. Il percorso ha un’inclinazione di 45°. Superati i
diciotto metri il soffitto si alza creando uno spazio
triangolare di circa tre metri per tre. Ora riesco a muovermi in
modo spedito. Sono già trascorsi tre minuti, tra poco entrerà in
grotta anche il compagno. Raggiunti i venti metri una comoda
nicchia è il luogo adatto dove posizionarmi per i primi scatti
fotografici. Ecco in lontananza le luci del compagno. A ventuno
metri lasciamo le decompressive che serviranno al ritorno,
proseguendo lungo la galleria che mantiene la sua ampiezza sino
a circa quaranta metri. In questo punto ci accoglie una camera
con il fondo a –52 metri. Sulla destra la galleria prosegue in
un passaggio stretto e basso. Siamo costretti a sfiorare il
pavimento sassoso per superare la strettoia. Oltre il passaggio
la galleria si trasforma in una decina di metri di altezza ed un
paio in larghezza. Quell’imboccatura scura da cui siamo
penetrati, la sento lontana. Di fronte solo il buio interrotto
dai fasci delle nostre luci. Procediamo sino alla quota dei –57
metri, dove un grande masso ellittico a forma di triangolo
rovesciato è incastrato tra le due pareti del condotto come
fosse una lancia caduta: siamo arrivati alla cosiddetta
“freccia”. La sua immagine è disorientante, tanto è
spettacolare. Ricco di venature di minerali che variano dal
verde al viola e al giallo, è alto circa cinque metri, nella
parte rivolta verso il soffitto raggiunge i tre metri di
larghezza. Rammenta una lancia caduta dall’alto. L’effetto
visivo è irreale. Ora i passaggi sono due, uno sotto la punta
del triangolo e un altro sopra. Gianni oltrepassa la “freccia”
nella parte bassa per poi riapparire verso l’alto dove il
soffitto della galleria si alza di parecchi metri. Cerco di
catturare il magnetismo di questa immagine sassosa
posizionandomi sul fondo verso la parete di sinistra. Non ho
molto tempo poiché le nostre bolle potrebbero muovere il limo
attaccato al soffitto trasportato dall’acqua e, la sua
limpidezza scomparirebbe all’istante. Raggiungo Gianni sopra la
“freccia” poi scivolo sul fondo dall’altro lato del masso
sperando in altre immagini. Purtroppo il limo si sta spargendo
nell’acqua, le immagini per oggi sono terminate. Proseguiamo
verso i -65 metri dove il condotto si divide in due diramazioni,
una scende verso il laminatoio e l’altra risale verso sinistra.
Controllo del tempo e dei gas prima di iniziare la risalita.
Superato il grande masso incastrato mi volto ad osservare ancora
questo trofeo naturale, poi i nostri deep stop ci obbligano a
non distrarci. Alle ultime soste decompressive la luce di questa
giornata luminosa arriva sino a noi, accompagnandoci in un
ritorno alla superficie ricco di gratificazione.
Miscele e attrezzature
utilizzate: bibombola 15+15 con trimix 15/55, una stage da 9
litri con la stessa miscela, un sette litri di Ean 50, un sette
litri di ossigeno. Run tim 65 minuti di immersione.
La sorgente Bossi
(Sorgente dei Boss)
Il comune di Agogno si trova a 400 metri di altitudine, nel
Canton Ticino in Svizzera, dove a ridosso del Monte generoso,
l’imboccatura della grotta Bossi, sfocia in una specie di vasca
protetta da un recinto metallico, situata a pochi metri dalla
strada cantonale che da Rovio conduce ad Arogno. Proprietà del
comune di Arogno, la sorgente è una delle principali del Monte
Generoso, che raggiunge i 1701 metri di altitudine. Appartenente
alla catena delle Alpi Mali, questo imponente massiccio calcareo
è delimitato a Nord e a Ovest dal lago di
Lugano, a Est dal lago
di Corno, mentre a Sud-Ovest dall’area della provincia di
Chiasso. Un vasto sistema di grotte di cui molte ancora
sconosciute formano la rete di alimentazione idrica di varie
sorgenti del Monte Generoso tra cui la Bossi, presentando uno
sviluppo interno elevato con numerose pieghe secondarie, faglie
e fratture. Determinante per l’alimentazione della sorgente sono
anche le infiltrazioni d’acqua piovana e gli inghiottitoi,
situati lungo il letto dei torrenti e dei fiumi. Il massiccio
del Monte Generoso è sottoposto ad abbondanti precipitazioni
atmosferiche che raggiungono le punte massime nei periodi di
primavera e autunno. L’ampia zona possiede numerosi corsi
d’acqua, tra cui, il fiume Breggia, l’affluente La Crotta, e La
Mara che raccolgono le acque dalle sorgenti carsiche minori nel
tratto a valle di Arogno. Gli studi del Centro di idrogeologia
di Neuchàtel per richiesta dell’Ufficio Geologico Cantonale,
hanno dimostrato che la sorgente Bossi riceve la maggior
quantità d’acqua dalle infiltrazioni alla quota dei mille metri.
Le prime esplorazioni furono effettuate da P. Meli e H. Cretton
che, dopo aver disostruito l’imbocco, scesero sino a-50 metri.
Proseguì A. Sollberger nel 1983 raggiungendo i -68 metri e, W.
Keusen nel 1985 penetrò la grotta sino al laminatoio a - 89
metri scoprendo che la grotta risale oltre il laminatoio. O.
Isler nello stesso anno raggiunge i –40 metri in risalita dopo
aver superato il laminatoio. E’ il 1991 quando L. Casati
riprende l’esplorazione, rilevando un secondo sifone e due
grossi camini ascendenti, risalendo dopo aver oltrepassato il
laminatoio sino alla quota di superficie all’interno della
grotta.
Particolarità carsiche
della grotta Bossi.
Il primo tratto del sifone sino al laminatoio a –89 metri poggia
su di una frattura rocciosa. Verso i –65 metri si trova un
grosso “masso erratico” incastrato tra le due pareti. Oltre il
laminatoio si presenta una galleria di interstrato che segue una
piega sinclinale. Questa tipologia di formazione sono definite
come condotte a pressione, di forma prevalentemente ellittica.
Proseguendo altre due fratture si prolungano nei camini
ascendenti. Oltre il laminatoio alla quota dei –70 metri è stata
rinvenuta una grossa stalagmite che ha fatto supporre che nei
millenni trascorsi, parte di queste gallerie fossero asciutte.
Le osservazioni sullo sviluppo carsico, il rilevamento di
antichi livelli fossili, l’estensione del bacino, la diffluenza
dell’acqua e l’altitudine cui si trova, indicano che la grotta
rientra in un vasto sistema di gallerie sommerse. Lo sviluppo
totale della grotta è di 625 metri, la topografia è di L.
Casati, B. Dell’Oro, J. L. Camus.
Si ringrazia per le
informazioni il Comune di Arogno
Lo stress nelle immersioni in
grotta.
Infilarsi in fori e strettoie buie per approdare a gallerie
scavate nel cuore delle montagne dove la luce del sole non può
arrivare. Penetrare un mondo dove non ci sono quasi mai forme di
vita, solo l’acqua che scorre nella stessa direzione creando
spazi e disegni rocciosi con il suo movimento ripetitivo e
spesso aggressivo, per lo speleosubacqueo è un richiamo
catalizzante.
Conoscere e gestire l’attrezzatura necessaria per avventurarsi
in luoghi nascosti e spesso sconosciuti a molti è determinante
come la consapevolezza che esplorare le viscere della terra
occorre equilibrio psicofisico, conoscenza dell’ambiente
estremo, dei sistemi tecnici operativi, una reale consapevolezza
delle proprie capacità e cautela. Disorientante e
contemporaneamente aggressiva, la grotta, sviluppa un richiamo
viscerale sull’uomo, pretendendo un costante rispetto che ripaga
con la sua straordinaria bellezza. Sovente, non facilmente
accessibile da un punto di vista logistico, richiede da parte
dello speleosubacqueo una grande dose di entusiasmo per
affrontare le fatiche fisiche pre e dopo immersione. Questo tipo
di subacqueo ricerca l’esplorazione affrontando l’incognita.
Spesso si immerge in solitario sviluppando un rapporto profondo
con l’ambiente. Una delle condizioni sempre presente in questa
tipologia di immersione è lo stress. La speleosubacquea è
un’attività con un notevole coinvolgimento psicologico ed
emozionale che porta ad agire, il più delle volte, in condizioni
ambientali disagiate. L’ingombrante e pesante attrezzatura da
trasportare in luoghi scomodi e faticosi da raggiungere, le
decisioni da prendere, l’attenzione ai compagni e a se stessi,
le difficoltà ambientali e i compiti da svolgere per raggiungere
l’obiettivo in immersione nel rispetto della rigida regola dei
terzi e la mancanza della diretta risalita in superficie per
qualsiasi evenienza, sono elementi che sviluppano stress. Lo
stress sappiamo che è un innalzamento della tensione fisica,
chimica o psichica che sia, e portato all’eccesso può provocare
stimoli dannosi con conseguenze pericolose. Alcune attività,
come la speleosubacquea negli ambienti ostruiti in cui i rischi
si moltiplicano, genera stress. Lo stress però può essere
presente nelle nostre azioni in forma equilibrata,
trasformandosi in un segnale di controllo verso le svariate
situazioni, aiutando a prevenire i pericoli.
E’ quel tipo di “stress amico” al quale siamo sottoposti durante
azioni che richiedono la massima attenzione, come la gestione di
compiti multipli in ambiente sommerso, mantenendo la
concentrazione ad alti livelli. Lo “stress di punta” è quel tipo
di stress che ci assale di fronte ad imprevisti ad alto livello
di pericolo. Un improvviso ed eccessivo innalzamento dello
“stress di punta” non supportato da conoscenza e capacità
razionale pratica e decisionale, può sfociare in situazioni di
panico con conseguenze drammatiche. Nella speleosubacquea,
spesso, le immersioni si svolgono in acque fredde con scarsa
visibilità, fattori che sviluppano una pressione psicologica e
fisica cui lo speleosubacqueo è sottoposto per tutta la durata
dell’immersione. A questo punto si può dire che lo stress
rientra tra i normali elementi da gestire come l’attrezzatura,
la situazione ambientale e la programmazione. Sappiamo che lo
stress a livelli elevati potrebbe condurre a situazioni
pericolose come il panico, ma con i presupposti di preparazione,
esperienza e maturità da parte dello speleosubacqueo, l’elemento
stress va osservato come una sorta di bilancia che mantiene
l’equilibrio tra attenzione e razionalità. Conseguentemente si
sviluppa un adattamento psicologico all’ambiente ostile
riducendo così, la tensione sino ad annullarla migliorando le
prestazioni necessarie. Concentrazione e vigilanza ad un livello
costante ed equilibrato, mantengono lo stato di “stress amico”
aiutandoci a fronteggiare ipotetici problemi se non addirittura
anticiparli ed evitare che sfocino in veri e seri pericoli.
Mantenersi all’interno di uno stato di “stress amico” richiede
regole semplici: non superare mai i propri limiti conosciuti,
essere preparati ad affrontare una prestazione fisica solida,
conoscere l’ambiente approcciandolo gradualmente per capire la
tipologia della grotta ed un veritiero auto-ascolto interiore
con se stessi.
Testo e foto di Cristina Freghieri
