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Chi siamo e perché andiamo sott’acqua
Il motivo per cui l'essere umano
approda alla "profondità subacquea" ritengo sia un meccanismo
delicato e semplice contemporaneamente. Si basa, a mio avviso,
su due precisi bisogni: "l'abito esterno" (ciò che si vede) e la
nostra sfera emozionale interiore che solo noi sentiamo (ciò che
non si vede).
L'abito esterno è¨ il bisogno di scoprire sino a che punto siamo
capaci di confrontarci, con le nostre tecniche e capacità
mescolate alle aspettative di "essere", proiettate verso la
forza naturale dell'elemento acqua che, anche se non ci
appartiene, ne siamo stregati e affascinati, spingendoci ad
accarezzare inconsciamente il bisogno di "possedere" anche se
per poco tempo questa dimensione liquida rivestita di "torpore
antico": stiamo bene avvolti nell'acqua.
Il rivestimento, muta, attrezzatura, ecc., di cui abbiamo
bisogno per vivere l'acqua, (utilizzando l’autorespiratore) ci
gratifica nell'immagine che mostriamo e riceviamo di noi. E' il
bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri che siamo capaci
di andare dove pochi uomini si cimentano.
Carpire segreti e misteri dell'acqua ha, comunque un risvolto al
tempo stesso "narcisistico" e, distensivo.
Il nostro bisogno interiore è l'altra ragione, più sottile,
legata alla scoperta della parte emozionale più nascosta di noi,
quella che chiede di essere ascoltata e che riguarda le nostre
debolezze e, se ascoltata, trasforma l'emotività interiore, in
forza ed energia. Questo mutamento, sviluppa il coraggio di
posare lo sguardo nello specchio di noi stessi senza barare o
negare nulla alla propria identità. Il bisogno del "profondo",
in questo caso, è il bisogno di interiorità di comunicazione con
il proprio io, con le proprie emozioni e paure.
E' proprio attraverso la paura ed il timore di affrontare il
mondo del mistero liquido, che la calamita si intensifica.
Vivere la profondità del mare è in stretto rapporto col bisogno
di conoscere la parte più segreta di noi e, aiutati proprio
dalla condizione dell'essere avvolti nel liquido, riesce ad
emergere e consolidare, passo dopo passo, questa conoscenza
liberata da filtri d'immagine standard.
La spinta verso questa conoscenza così intima di noi è
sviluppata dal desiderio e, contemporaneamente, dal timore e
paura nell'affrontare il liquido alla cosiddetta "quota
pericolosa". E' proprio questo misto di timore e paura rivolto
al profondo, che traccia il percorso verso il superamento di
quegli scogli interiori necessari per conoscersi "dentro".
Questa conoscenza diretta con la sfera emozionale, trova
nell'immersione profonda, l’ambiente privato e "naturale" per
riuscire a dichiararsi a se stessi. Più aumenta la distanza
dalla superficie, più l'equilibrio razionale della coscienza e
della gestione delle emozioni ed azioni, del tempo che scorre in
questa "sfera" che ci ospita, diventa determinante.
Spesso nella vita quotidiana di superficie, coinvolti dai
"sistemi" sociali, i nostri timori o paure si mimetizzano nei
silenzi interiori, non ascoltati.
Nell'approccio alla profondità dell'acqua, questo desiderio di
conoscere i nostri risvolti nascosti, è mistificato dall'abito
esterno: "Il vero macho non ha paura" ed automaticamente ne
siamo stimolati e attratti dal desiderio di dimostrare a noi
stessi di essere "uomini senza paura".
E' proprio questo il punto d'incontro con il nostro "io": il
timore e la paura di "scendere" spinto dal bisogno di
gratificazione nel sentirsi un macho. E' il guerriero con
l'armatura che al suo interno vive le angosce e le gioie delle
sue conquiste e sconfitte.
La sfera emozionale, “protetta”, agevolata dal contorno
dell'ambiente liquido e profondo, spinge verso l'esterno della
nostra coscienza per aprire il dialogo con noi stessi e,
contemporaneamente con "l'umiltà" ed il rispetto nei confronti
della natura che ci ospita. Automaticamente questa scoperta di
sentimenti quali l'umiltà e il rispetto è rivolta anche verso le
proprie debolezze, paure e timori, riparata alla vista degli
altri che non possono sentire ciò che noi invece ascoltiamo
dentro di noi, attraverso un dialogo nuovo ed importante.
Approdare al proprio "specchio sommerso" e segreto, conduce alla
calamita che coinvolge la propria intima emotività. Varcare il
"mondo proibito", inizialmente spinti dall'esuberanza di essere
più forti di ciò che ci circonda, ci conduce poi, alla scoperta
di questi sentimenti umili, razionali e coerenti, che nulla
tolgono all'emozione del dialogo tra l'abisso misterioso e
affascinante e noi stessi, anzi lo fortificano.
Il mondo degli abissi è popolato da creature sconosciute che si
lasciano avvicinare da altre creature sconosciute, questa è una
calamita primitiva che ha tracciato la crescita dell'uomo:
scoprire e conoscere.
Ciò che si scopre in un ambiente privilegiato, diventa magico,
proprio per quel rapporto ripulito da condizioni esterne
abitualmente legate alla vita d'immagine della superficie.
Dipendenza-bisogno
Nel percorso di crescita subacquea verso il profondo, ho
sviluppato e consolidato un equilibrio interiore che ha
irradiato di benessere la mia vita quotidiana della superficie,
sino a creare un bisogno costante del "profondo", per attingere
energia necessaria al mantenimento dell'equilibrio acquisito. Vivere il "liquido profondo", ed io ne sono l'esempio, produce
un equilibrio psicofisico importante e fondamentale nella
propria cono scenza interiore. La chiamo "dipendenza positiva" o
"bisogno individuale". Sempre riferita al mio bisogno personale, quando la discesa non
è sufficientemente profonda da affrontare quel dialogo interiore
con me stessa, la gratificazione che ne traggo è breve, mentre
durante i "viaggi" negli abissi raggiungo la completa serenità
con il mio stato d'animo più nascosto. E' come se ogni volta respirassi forza, quella forza che poi mi
serve per meglio affrontare le difficoltà della vita. Questo
"respiro di forza" però non ha un serbatoio di riserva, dopo
pochi giorni è vuoto ed il bisogno del "profondo" è nuovamente a
bussare alla mia porta. Per me non è determinante la ragione
della discesa, può essere finalizzato ad un relitto (situazione
particolare) o semplicemente al nulla, in entrambi i casi
"scendere" sviluppa ciò di cui ho bisogno. Per concludere l'esempio personale, da quando vado sott'acqua,
ho raggiunto un equilibrio interiore che non avrei mai
immaginato. Ho imparato ad avere un buon rapporto nei confronti
dl genere umano, che non avevo, cresciuto pari passo con il
raggiungimento di obiettivi subacquei, sia tecnici sia pratici e
specialmente interiori. Certamente il mio è un rapporto di
dipendenza del bisogno del profondo. La mia dipendenza
dall'acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che si è
sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature più
nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di ricerca,
non avevo mai raggiunto. Questo "equilibrio dipendente" mi ha
portato ad una serenità di vita solida, ma sempre bisognosa
dell'acqua. In pratica per sentirmi positiva verso me stessa e
verso la vita in generale, ho bisogno di "respirare l'acqua".
L'elemento acqua e la specifica situazione dell'immersione
profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti degli
altri al punto che ho superato la sofferenza della "solitudine"
che spesso la vita ti propone, proprio andando sott'acqua,
scoprendo così la "parte migliore di me". La metamorfosi mentale Ogni qualvolta mi accingo a programmare una discesa profonda, in
acqua dolce o salata che sia, provo un senso di mistico rispetto
verso quella lastra d'acqua che andrò a penetrare. E' quasi un
leggero timore mescolato ad una forte attrazione. Durante la preparazione dell'attrezzatura e della propria
vestizione, si percorre il tragitto verso l'obiettivo, per
anticipare la conoscenza di ciò che si andrà ad affrontare,
utilizzando la "visualizzazione". E' una pratica mentale
preparatoria al "viaggio" da compiere. Aiuta a non distrarsi e
ad ascoltare profondamente la disponibilità fisica e mentale
verso la dimensione del liquido profondo Tutto di noi è proiettato al solo momento che si sta vivendo.
L'attrezzatura diventa parte integrante della pers ona, come se
fosse la propria pelle che respira con noi in uno strano
isolamento che esclude ogni cosa che non sia riferita a questo
momento di vita. La verifica di ciò che si indosserà è l'ultima
parte del rito quasi maniacale. In acqua, al momento del check
dell'attrezzatura, inizia la fusione mentale tra il liquido
intorno e il proprio vestito meccanico, il razionale e
l'emotivo, come se attraverso il rituale dell'attenzione si
entrasse nelle parti d'acciaio della rubinetteria o nelle fruste
che trasporteranno l'aria o la miscela che si respirerà laggiù¹
e durante il "viaggio". Intanto intorno scompaiono anche i rumori, inizia il primo
importante contatto con l'acqua. Pronti all'imminente immersione
attraverso l'autoascolto, si sviluppa la trasformazione che
calamita il cervello, come se si appartenesse a quella "vita
profonda" che ci sta aspettando laggiù. La mente libera dal contorno terrestre è pronta a recepire ogni
nuova vibrazione e, quando l'acqua ci ricopre completamente,
siamo già parte integrante del liquido. La discesa è vissuta mentalmente come se fosse un radar che
guida la totale attenzione del nostro essere, verso l'obiettivo
da raggiungere. La parte razionale di noi si consolida come fosse corpo solido,
affiancando la sfera emozionale che si presenta alla nostra
coscienza, forte e intensa. Ogni momento vissuto in modo forte e impegnativo, racchiude
dentro ad un involucro solido e invisibile qualsiasi sensazione
ed emozione conquistata. All'emersione dal "viaggio" nel
"profondo" ci si ritrova più completi e ricchi di sentimento. Immersione al lago Immersione particolarmente introspettiva che agevola l'autoascolto
privo di obiettivo particolarmente visivo. L'immersione al lago, ad esempio, è¨ dichiaratamente fine a se
stessa: bene che vada si incontra qualche pesce o si osserva il
taglio di parete particolare, comunque affascinante. Il
paesaggio migliore, in questo caso, è il proprio sentimento. Poi
c'è l'irrealtà della situazione, l'acqua oltre i 40 metri
diventa in genere cristallina sino ad essere di un colore nero
accecante, la torcia falcia metri e metri in lontananza come un
occhio capace di permetterti di "vedere-leggere" in una
dimensione quasi lunare. Il nero trasparente del lago che ricopre ogni cosa, o
semplicemente i nostri sentimenti, produce una sorta di intimità
coi propri pensieri e contemporaneamente sviluppa in maniera
solida l'intesa con il compagno che è accanto. Lo spazio è
quello che raggiunge il proprio occhio, limitato alla profondità
della luce della torcia e, quindi, non ci si sente dispersi
nello spazio, pur sapendo che, magari, stiamo navigando sopra ad
una profondità abissale. La parete diventa una visione protettiva che offre "certezze".
La "certezza" nel nero, assume una sorta di rispetto che, anche
se non si tocca, regala una sensazione di "protezione" che
rassicura l'animo nei confronti dell'ignoto. Il buio, il vuoto, l'incognita e il senso di maestosità
dell'ambiente, agevolano quel rapporto interiore verso noi
stessi e verso una profondità da rispettare rigorosamente. Il
sentimento e il dialogo introspettivo rivestito dall'emozione,
cresce nel razionale totale della mente. La luce, che ci aiuta a scoprire piano piano il mondo nero, non
è necessario che sia troppo forte, stonerebbe nella cornice del
buio e impedirebbe alla vista e, conseguentemente, alla mente
l'adattamento all'ambiente e alla metamorfosi introspettiva. Il buio dell'acqua va conosciuto adagio, adattandosi ai suoi
colori opachi e lineari facilitando così quella sensibilità che
serve in questo ambiente che d'impatto si mostra ostile,
diventando poi un'atmosfera "amica".
Il colorato mondo dell'acqua
salata trascina facilmente la mente nel sottovalutare la
situazione abissale in cui ci
si trova.
In mare invece le quote profonde, sono facilmente pittoresche. I
colori, anche se bui, esistono e questo aiuta a "scordare" di
essere nel “proibito” La luce anche se debole, filtra attraverso
molti metri d'acqua, mostra una realtà deviante che tende ad
abbassare la soglia dell'attenzione interiore. Sono proprio i
colori e lo spazio che mostrando una "semplicità " fasulla,
tendono a trasformare la situazione mentale come se ci si
trovasse a quote meno "impegnative". Non che questo neutralizzi
la razionalità verso la situazione, ma certamente tende ad
agevolare lo stato emotivo, spingendolo verso la trasgressione
del tempo programmato e della quota da rispettare.
Il desiderio di lasciarsi trascinare dallo stato emotivo,
gioioso e prorompente. Si torna un po' bambini e si trova più
facilmente in conflitto con il lato razionale che deve mantenere
saldo l'equilibrio mentale e psicofisico.
Quando la parte razionale di no i è salda, siamo automaticamente
capaci di affrontare "l'imprevisto" con la giusta freddezza e
determinazione.
Le immersioni vissute al mare alle quote descritte, mi hanno
portato, a volte, a decidere di spegnere la torcia per la troppa
luce. Estasiata da quanto stavo osservando non credevo alla
realtà , eppure non ero in una situazione narcotica considerando
il gas che stavo respirando, ma, proprio per quanto descritto
sopra ho provato il desiderio di lasciarmi trasportare
dall'euforica visione.
L'azzurro dell'acqua a quella quota, regalava una sensazione
"soporifera", che mi faceva accarezzare il pensiero di essere
nel mio ambiente vitale. Non è così, ovviamente, ma il "viaggio
profondo" nel colorato mondo del mare tende a mescolare in
fretta tutti quegli stati d'animo che si presentano dentro di
noi durante il tempo che si trascorre nel liquido ed il bisogno
di vivere totalmente la scoperta e la conquista della propria
emotività , tende a deviare la mente verso lo spettacolo esterno
anziché interiore. Il nero pece mi obbliga all'attenzione
esagerata di ciò che sento oltre a quello che mi circonda, il
blu trasparente mi spinge a trasgredire e, seppur cosciente di
ciò, a volte mi ritrovo in questa emblematica situazione.
La differenza tra il buio e la luce, tra il nero e il colore blu
è, che mentre il primo agevola il confronto e la conoscenza dei
propri sentimenti più nascosti senza "barare", la situazione
colorata e spaziosa tende a mantenere alto lo stimolo della
conquista verso la natura che ci circonda, tendendo a sviluppare
il "piacere" della trasgressione, sentimento che rientra nella
dimensione umana dettata dal bisogno di emergere e mostrarsi
forti e capaci, anche a se stessi.
La presenza di questi conflitti: "attrazione, timore, euforia e
autoascolto", sviluppano e consolidano quell'equilibrio
interiore psicofisico che si trasforma in benessere.
Perchè immergersi su un relitto?
Il relitto è la testimonianza e l'espressione della vita
trasformata.
Nel suo passato "canterino" e prorompente della superficie "il
relitto" falcava onde e avventure, raccoglieva testimonianze
silenziose, segrete, conosceva la vita misteriosa del mare
attraverso la mano dell'uomo. Invece ora si trova a subire la
trasformazione del destino che l'ha inghiottito e lo ha fatto
suo, per trasformarlo in una fusione solida col liquido che lo
governa. Ora è un'anima silenziosa che respira e invoca,
rammentando nel canto notturno, il sole della superficie.
In fondo il subacqueo che ama questo tipo d'immersione desidera
proprio questo: riscoprire la vita trascorsa con la riprova
della rinascita sommersa, tra la flora e la fauna che hanno
ricoperto un "mondo" caduto in silenzio e, attraverso la
rinascita silenziosa del liquido, torna a vivere.
Perché penetrare in una grotta
sommersa?
E' l'esempio del raggiungimento, dopo tanta strada percorsa,
della madre terra nelle sue viscere colme di segreti e racconti.
E' il vissuto dalla vita nata in un modo crudo o semplicemente
beffarda nei suoi intrighi. Nascosta agli occhi avidi del
curioso sapere, spesso disagevole, la vita interiore
dell'uomo,legata al ciclo della natura, nasce nelle cavità
sommerse al buio con il solo contatto dei propri sentimenti
contornati da pareti scavate nella roccia dalla madre acqua.
Tutto questo è l'espressione dell'interiorità della natura,
della legge suprema delle forze non soffocate né dal buio né dal
sole e dall'acqua e forse, nemmeno dall'uomo. Ho notato che il
subacqueo o per meglio dire lo speleosubacqueo, non ama
confrontarsi col resto della comunità dei sub, ma è
rigorosamente geloso delle proprie scoperte ed emozioni. Non a
caso dico, prima scoperte e poi emozioni, lo speleosubacqueo è
dignitosamente possessivo nei confronti di ciò che ha vissuto e
scoperto nei meandri della terra.
La discesa in verticale verso il relitto, esercita su di me un
fascino altissimo. E' come un risucchio calamitato in cui la
trasformazione mentale, velocissima, trascina con sé emozioni e
sensazioni profonde, è il bisogno immediato di vivere questo
violento stacco dalla concreta realtà della superficie per
sprofondare nell'autoascolto.
La penetrazione in grotta, invece, mi concede il continuo lento
pensiero legato alla vita terrena e la trasformazione verso il
mondo misterioso dell'interiore è progressiva anche se a volte
può apparire statica. La madre terra si evolve nel tempo senza
far rumore.

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